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Questi dal forum del sito www.studiolegalericciardi.it

set 20

Inviato da:
20/09/2017 15.59  RssIcon

“Tizia ha 4 figli, uno con debiti equitalia, Può lasciare in eredità la parte spettante a questo figlio ad un altro fratello, rispettando le quote stabilite per gli altri due, se dopo la morte il figlio indebitato fa rinuncia all’eredità?"

****

Innanzitutto, la testatrice, in caso di quattro figli, conserva la libertà di testare relativamente alla quota disponibile pari a 1/3.

Quindi potrebbe cominciare con l'estromettere dalla quota disponibile il figlio indebitato.

I 4 figli, quali “legittimari”, (se come mi pare di capire il coniuge è premorto) hanno invece diritto di vedersi attribuiti i restanti 2/3 del patrimonio della madre, pari a 1/6 del complessivo patrimonio ereditario.
L'art. 522 del codice civile, prevede "nelle successioni legittime, la parte di colui che rinuncia, accresce quella di coloro che avrebbero concorso con il rinunciante" (nel caso di specie, uno dei quattro fratelli).

Tuttavia, questa norma fa espressamente salvo "il diritto di rappresentazione", che consiste nel diritto dei discendenti (figli) a subentrare in luogo e nel grado del loro ascendente (padre), in tutti i casi in cui quest'ultimo non può o non vuole (come in caso di rinuncia) accettare l'eredità dei propri genitori . 

Il diritto di rappresentazione, per espressa previsione di legge, prevale sul diritto di accrescimento delle quote dei non rinunzianti. 
Se pertanto il fratello indebitato rinunciasse all'eredità di sua madre, la sua quota, prima di accrescere quella degli altri fratelli, dovrebbe essere offerta ai figli minori del rinunziante, con l'assistenza di un curatore, e l'autorizzazione di un giudice tutelare. 
Una rinuncia anche da parte loro deve essere autorizzata dal Giudice Tutelare, che potrebbe concederla solo in casi di necessità o utilità evidente.

In mancanza di rinuncia all'eredità, i minori avrebbero dieci anni di tempo per accettarla: si verrebbe a creare una lunga situazione di incertezza - in relazione all'acquisto dell'eredità. 
Si potrebbe quindi fare fissare al giudice un termine entro il quale i minori dichiarino (ovviamente a mezzo dei propri genitori rappresentanti legali autorizzati, previo assenso del curatore e del giudice tutelare) se accettano o rinunciano, trascorso il quale, perderebbero definitivamente il diritto di accettare.

Tuttavia, questa condotta potrebbe esporre i genitori a responsabilità per cattiva amministrazione del patrimonio dei figli minori. 
Deve poi tenersi conto che l'escamotage di rinunciare alla eredità, per consentire la successione nella propria quota a favore dei fratelli non indebitati, è potenzialmente inefficace, nei confronti di Equitalia,in quanto il Codice prevede la possibilità per i creditori dell'istituito erede di impugnare la sua rinuncia all'eredità , quando effettuata in loro frode (art. 524 cc), ed è probabile che Equitalia non esiti a farvi ricorso.
Stabilisce l'art. 524 che, "Se taluno rinunzia, benché senza frode, a un'eredità con danno dei suoi creditori, questi possono farsi autorizzare ad accettare l'eredità in nome e luogo del rinunziante, al solo scopo di soddisfarsi sui beni ereditari, fino alla concorrenza dei loro crediti. Il diritto dei creditori si prescrive in cinque anni dalla rinunzia”.
Primo presupposto è che vi sia stata una rinunzia vera e propria all'eredità: la norma non si applica laddove il chiamato abbia perso il diritto di accettare per fatti diversi dalla rinunzia (es. prescrizione del diritto di accettare, decorso del termine stabilito dal giudice per accettare ex art. 481 del c.c., etc...).
Secondo presupposto è che la rinunzia abbia causato un danno ai creditori del rinunziante. Non è, invece, richiesta la frode, ossia la consapevolezza di arrecare tale danno.
Concessa l'autorizzazione ad accettare, il rinunziante e i creditori che hanno esperito l'azione non divengono eredi, poiché la rinunzia conserva i suoi effetti. I creditori hanno esclusivamente il diritto di soddisfarsi sui beni dell'eredità fino alla concorrenza del loro credito, mentre l'eventuale rimanenza del patrimonio ereditario viene devoluta a norma di legge (cioè nel rispetto delle ultime volontà del de cuius, quanto alla disponibile, e mediante divisione del residuo tra i legittimari non rinunzianti, quanto al riparto della residua quota di legittima non intaccata dagli atti esecutivi del creditore, che abbia ottenuto la dichiarazione di inefficacia della rinuncia fatta dal fratello indebitato).
La domanda giudiziale esperita dai creditori del rinunziante va trascritta sia nei confronti del rinunziante che di colui al quale l'eredità è stata successivamente devoluta, che deve essere anch'esso citato in giudizio. 
Ove tale formalità non venga adempiuta, il conflitto tra i terzi aventi causa dell'accettante (cioè i figli o, se questi non abbiano esercitato il diritto di rappresentazione, i fratelli del rinunziante) e i creditori del rinunziante si risolve a vantaggio dei primi, a prescindere dal fatto che l'acquisto di questi sia stato trascritto successivamente alla trascrizione della domanda giudiziale proposta contro il rinunziante.
In conclusione, la strategia del chiamato, oberato di debiti, di rinunciare all'eredità, sapendo che questa si devolverebbe ai suoi stretti familiari, non consente al rinunziante di conseguire un vantaggio stabile, in danno dei suoi creditori, perché essi, ai sensi dell'articolo 524 codice civile, hanno cinque anni dalla rinuncia per agire in giudizio ove far dichiarare inefficace la rinuncia nei loro confronti, e soddisfarsi sulla massa ereditaria, andando così a pregiudicare anche i beni nel cui possesso sono stati nel frattempo immessi gli altri fratelli.
Pertanto, nella veste di legale del fratello indebitato, accetterei ugualmente la mia quota ereditaria, per evitare di esporre i miei familiari, figli o fratelli, che subentrino nell'acquisizione della mia quota ereditaria, ad un rischio, protratto per ben cinque anni, di essere citati in giudizio insieme a me, da parte del concessionario della riscossione.
Nella veste di legale degli altri fratelli, pretenderei l'accettazione dell'eredità anche da parte del fratello indebitato, in modo da tenere ben distinte le rispettive quote, onde Equitalia possa rivalersi esclusivamente sulla quota di pertinenza del fratello indebitato (anche se va detto che, se Equitalia si mettesse in moto prima che la divisione ereditaria consensuale dei cespiti, potrebbe chiedere la vendita degli stessi pro indiviso, ed ottenere, in sede di riparto dell'attivo liquidò realizzato con la vendita forzata, l'attribuzione della sola quota del PECUNIARIA del fratello indebitato).
Nella veste di legale di Tizia, infine, appronterei un testamento nel quale riservi la disponibile ai soli fratelli non indebitati, in modo tale da lasciare a quello problematico solo 1/6 del patrimonio, cioè solo lo stretto indispensabile che gli compete per legge, riducendo in tal modo al minimo il rischio di spoliazione della massa ereditaria da parte di Equitalia.

Nel contempo, gli altri fratelli, destinatari non solo della quota di legittima ma anche della disponibile, dopo che il fratello indebitato avesse risolto i suoi problemi con il fisco / concessionario del ruolo, o eventualmente dopo che si è prescritto il diritto di questi ultimi ad esigere il pagamento dei debiti nei confronti del fratello indebitato, potrebbero, con proprio atto di liberalità, retrocedere al fratello indebitato una parte della disponibile di cui hanno fruito in via esclusiva, in modo tale da riformare quattro parti esattamente uguali.

Ma si può trattare solo di un atto di liberalità degli eredi post mortem della de cuius testatrice, perché un eventuale patto antecedente alla morte di Tizia, su un'eredità non ancora aperta, costituisce patto successorio vietato per legge e quindi nullo, e non coercibile nè azionabile dal fratello indebitato, allorquando pretendesse la sua quota di disponibile dai fratelli, ove essi nel frattempo avessero cambiato idea, per effetto di litigi o incomprensioni insorte successivamente alla morte della de cuius.

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